
Dal numero 4 della rivista Verso di Assosommelier - 2023
Se potessi descrivere un sorso di vino lo espliciterei a parole, ma se potessi disegnarne il sol pensiero, il vino, diverrebbe uno strumento attraverso il quale tutti possano condividere cultura e meravigliosi atti di vita umana. Sì, poiché non esiste, nella maggior parte dei casi, uomo nella storia senza il proprio vino e alcun vino privo di uomo. Entrambi attori protagonisti di un miracoloso rito di incontri, un rito che forse, nelle proprie e intime ricorrenze, ci ha educati al senso d’essere ospitali. Dare una netta definizione di sensorial branding diviene talvolta difficoltoso, eppure l’autenticità dell’enoturismo ive nella verità delle narrazioni, delle storie, delle emozioni, poiché assaporare implica l’attenzione di tutti i sensi, persino l’udito, spesso abbandonato, ma che imbeve di ascolto e di univoca espressione la memoria d’una degustazione.
Si potrebbe definire marketing emozionale, un appuntamento emotivo ancor prima che turistico, veicolato da meccanismi mnemonici per cui un sapore, un profumo o un colore hanno la capacità di condurre nel tempo attraverso lo spazio in luoghi già vissuti, relegando psicologicamente il desiderio del pubblico al cameratismo del proprio operato. Nessun senso è disconnesso dall’altro e offrire una bella vista, così come una familiare accoglienza, determina un’immediata provocazione emotiva al punto di migliorare le performance dell’intero esercizio in cantina. Il vino è un’opera d’arte e, come tale, è un’intensa rappresentazione empatica, la cui narrazione è in grado di massimizzarne condivisione, sensibilità e qualità delle forme. Oggi il 58% dei viaggi sono di carattere enogastronomico (secondo il sesto report del turismo enogastronomico curato da Roberta Garibaldi), ben oltre il 35% rispetto il
2016. Il 2023 si consacra così l’anno del food & wine, a testimonianza di come l’evoluzione del saper fare ospitalità abbia incentivato circa 9,6 milioni di italiani a vivere una esperienza enologica emozionale unica e soprattutto personalizzata. È questa l’odierna tendenza del consumatore, alla ricerca di originalità, tradizionalità e finalmente cultura. Occorre beneficiare della ricchezza del nostro Paese per costruire opportunità dotate d’una propria vita, poiché rinnovare la tradizione effigia il principio del nuovo processo evolutivo del sistema “vino”. La tecnologia ha mutato le connessioni, ne ha ridotto i tempi sino a trasformarle in interconnessioni sempre più dirette. Eppur non basta, in quanto la trasmissione d’un valore, anche in ospitalità, dipende soltanto dal successivo coinvolgimento esperienziale, dal profilo del racconto, da ciò che effettivamente è utile raccontare e, in primis, dal momento favorevole in cui ogni storia deve essere narrata.
E perciò: cosa è l’enoturismo? Cosa manca al contemplare in amicizia o in solitudine un sorso di Bacco nella propria stanza? Manca la poesia. Mancano le mura e i corridoi di quella maison, manca il paesaggio, mancano le memorie e le musiche dei suoi artisti. Già, poiché un’esperienza in cantina è esattamente come leggere un libro, si entra in contatto, si raggiungono le fasi di coinvolgimento, di familiarizzazione con i personaggi sino alla totale immersione, quel livello di narrazione profonda che sfrutta l’integrità dei sensi per identificare il prodotto narrato. È questo il cuore della favola, luogo in cui narratore, fruitore e racconto fluiscono attraverso i ricordi nella vita personale incontrandosi in alcune parti della camminata. Un apice emozionale dal quale è difficile tornare indietro, e seppur complicato anch’esso ha il suo tempo, deve ripresentarsi alla realtà e riemergere dal narrato affinché chi ascolta, ormai protagonista, trovi nella forma più intima e individuale le soluzioni per proseguire la propria storia nella storia aziendale.

Soltanto a questa fermata la narrazione si trasformerà in convinzione. L’emozione è quindi il ponte attraverso il quale congiungere i luoghi alle persone, i suoni alla narrazione e la memoria all’emozione. Soltanto nel momento in cui l’uditore diviene interprete di tale quadro, il vino, attraverso una fiaba, tramuta in un mito impossibile da dimenticare. Arricchire il turismo attraverso la combinazione di stimoli è il segreto dell’accoglienza. L’autenticità dello storytelling detiene quindi il ruolo di sviluppare esperienze never-ending, educando all’ascoltare e all’osservare ancor prima di degustare, per poi “ricordare”. Calpestare un suolo, sfiorarne l’essenza, la friabilità, odorare l’alcool, sperimentare la fermentazione per sorreggerne il calice, coscienti delle sue radici prima ancora di poterlo decantare.
L’importanza del potersi raccontare è trascritta in queste righe: un’incisione empatica, una profonda connessione illogica ove il vino, mediante una lesione emotiva, condivide la dimensione irrazionale del tempo nel suo valore percettibile, ma pur sempre intoccabile. Il tempo per curare una vite, raccoglierne i grappoli, trasformarli nel loro spirito e affinarne i caratteri: il tempo di un racconto per farci sentire un po’ come a casa.
«È peraltro anche assai utile per coloro che vogliono onestamente acquistare un gran nome, avere molto credito e favore presso i popoli stranieri per mezzo degli ospiti» (Cicerone, L'ospitalità). Teofrasto ne lodava l’anima e gli intenti, e se Roma necessitava di liberalità e accoglienza per diventare la Grande Roma, una cantina ha bisogno dei suoi turisti per divenire una Grande cantina.
di Andrea Posani
Da Verso, numero 4, 2023, pp. 54–55.